Laboratorio di scrittura giornalistica
per conoscere, incontrare, intervistare, redigere

Lezioni teoriche, praiche e operative tenute dal giornalista Giuseppe Pulina

Qui di seguito i testi elaborati dai ragazzi che hanno partecipato al laboratorio. Ci auguriamo che questa esperienza possa avere un seguito e dar luogo ad una permanente attività di formazione per i giovani dell'Anglona che vogliono iniziare a fare pratica con la comunicazione giornalistica.

> Intervista a Daniele Sepe - di Maria Deiana
>
Le architetture tessili di Eugenia Pinna - di Paola Cannas

> VIAGGIO NEL NEOLITICO Laboratori per piccoli Indiana Jones - di Manuela Piga
>
Come nasce uno scrittore: la storia di Natalino Piras - di Alessio Pelucelli
>
ll poeta gallurese - di Maria Deiana
> Un L'incanto di Diotti - Favole per tutte le età - di Alice Casu e Martina Cocco

> Un funesta tra i nuraghi. Intervista a Sergio Diotti - di Alice Casu e Martina Cocco
> Intervista ai tenores di Bitti - di Davide Fois e Stefano Serra
> Mille&1nuraghe: piccolo diario di bordo - di Sandra Scanu e Francesco Pilo


Intervista a Daniele Sepe
di Maria Deiana


Il Festival del racconto ha ospitato quest’anno Daniele Sepe, artista napoletano di grande talento e con una lunga carriera alle spalle.
La sua vita artistica è cominciata con un gruppo, per poi staccarsi e continuare da “solo”, ma non esattamente, visto che in tanti anni ha collaborato con diversi artisti, italiani e non, entrando in contatto con differenti generi musicali, ma sempre con una grande passione, quella per il jazz.
Abbiamo sottoposto a Daniele una batteria di domande, che ha accettato volentieri.

Impressioni del concerto appena concluso…
[…] Particolare, poca gente, ma questo capita a Perfugas come a Torino. Non è il numero delle persone che fa la differenza del concerto, capita anche con grandi artisti di ritrovarsi con 20/30 fans, eppure può essere reputata una gran serata. La cosa importante è riuscire a comunicare con il pubblico e che esso sia entusiasta.
Come etichetta il suo genere musicale, è un po’ un mix…
Non ci interessa dare un’etichetta al nostro genere musicale, è interessante cogliere le cose belle di diversi generi e culture; infatti, i nostri pezzi riprendono la musica del sud Italia, per esempio la musica pugliese[…]. Sì, facciamo un po’ un mix…
Come ha vissuto l’invito al Festival del racconto, un festival che tratta in primis della cultura sarda, lei invece jazzista napoletano…
Interessante…quando sono stato contattato mi hanno parlato del Festival del racconto, una bella iniziativa, anche se per dire la verità mi capita di fare serate in cui parliamo di più, serate in cui c’è una maggiore relazione con il pubblico. Qui ho notato che il pubblico rimane distante, un po’ strano, ma forse è dato dal carattere molto chiuso, classico carattere isolano! Incide molto anche il palco, mi rendo conto che in una festa popolare in cui l’artista canta a diretto contatto con il pubblico vi è maggiore partecipazione. Capitano anche serate in cui non vi è nessun tipo di dialogo, questa risulta una serata artefatta[…], preferisco che il pubblico partecipi al concerto, che sia attivo…
Il suo ultimo lavoro?
“Nia Maro”, ultimo lavoro, è realizzato da un gruppo, ci chiamiamo “Una banda di pezzenti”…suoniamo un po’ di tutto, c’è un po’ di Napoli, e poi musica tunisina. Abbiamo lavorato insieme con gli immigrati della nostra città. Questo perché trovo normale la voglia di raccontare, sia da parte nostra che da parte loro, come noi viviamo la loro presenza nel nostro paese e come loro vivono la loro permanenza da noi…e poi è un modo come un altro per socializzare e divertirsi…
Ho letto una cosa che mi ha colpito particolarmente: durante la Guerra del Golfo, ha autoprodotto, assieme ad altri musicisti napoletani, una musicassetta di canzoni pacifiste, queste le avete distribuite gratuitamente davanti alle scuole e alle fabbriche…
Sì, abbiamo inciso delle canzoni di alcuni artisti, come De André, Tenco e altri. Noi italiani, dopo la grande guerra del ’45, non ci sognavamo un’ennesima guerra, purtroppo accadde…Con un gruppo di amici, ci riunimmo, lavorammo su questo; la musicassetta fu una sorta di volantino, come quelli che girano ora per i Referendum, vota sì/no.
Potrebbe rifare questo lavoro per incentivare i ragazzi alla pace?
Potrei rifarlo, ma sarebbe insufficiente, oggi è poco…è necessario qualcosa di veramente grande!

L’incontro con Daniele Sepe è stato molto interessante. Per quanto mi riguarda, lo è stato anche per rendersi conto come effettivamente noi sardi reagiamo davanti allo “straniero”. Siamo veramente restii, e non viviamo completamente gli avvenimenti che ci circondano. Questo è successo durante la serata con Sepe, ma credo che sia una cosa che si è verificata lungo tutto il percorso di “Mille e un nuraghe”.

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Le architetture tessili di Eugenia Pinna
di Paola Cannas


Eugenia Pinna, originaria di Nule, progettista di tessiture come lei stessa si definisce, per la seconda volta ha messo a disposizione le sue conoscenze riguardanti la tradizione di telai e orditi, per dare inizio ad uno dei laboratori più seguiti della terza edizione del festival Mille e un nuraghe. La pratica delle tecniche per la creazione di tappeti e arazzi è stato l’obbiettivo di questi incontri, ma non meno importante si è rivelato il bisogno di comunicare e discutere su un mondo che in gran parte appartiene al passato. Così, con questo spirito, ho costruito la scaletta delle domande della mia intervista.

Mi parli un po’ di lei.
Sono nata a Nule, imparai a tessere dal vicinato perché nessuno a casa lo sapeva fare. Quando andai a studiare, misi da parte il telaio, ma, arrivata all’università (mi ero iscritta alla facoltà di lettere), diverse furono le cose che mi portarono a riutilizzarlo. Negli stessi anni risposi al bando di concorso per entrare nell’Istituto Europeo di Design di Cagliari. I requisiti richiesti erano essere figlia di artigiani e orfani di padre. La mia risposta arrivò in ritardo, ma il bando venne riaperto e riuscii a vincere e ad entrare nella scuola. Le basi che possedevo erano buone, ma soprattutto erano quelle giuste per intraprendere una nuova strada in Sardegna. Iniziai così a progettare le diverse tecniche per i disegni. Feci diverse mostre a Cagliari e ricordo che in una di queste mi dissero: “Lei ha il dovere di divulgare questo patrimonio e non è semplice”. Infatti, il mio non è un lavoro semplice, anzi molto faticoso, laborioso, difficile e cresce molto lentamente.
Quali sono le caratteristiche principali del suo lavoro?
Le tecniche nel campo della tessitura sono molteplici, si va dalle più semplici alle più complesse. La mia è una linea molto personale: si basa sull’elaborazione dei disegni della tradizione per arrivare alla creazione di nuove decorazioni. Essendo stata la prima in Sardegna a fare design, non c’è stato mai nessun confronto; io e le mie collaboratrici siamo cresciute insieme sotto tutti i punti di vista.
Com’è il rapporto con le sue collaboratrici?
È un rapporto molto bello, ci conosciamo da quando eravamo all’università e da allora è iniziato il nostro percorso. Grazie al passaparola ci siamo fatte conoscere e abbiamo avuto la possibilità di aprire un laboratorio a Nule. Io preparo i progetti e loro realizzano il lavoro, ma appena trovo qualche momento libero vado a lavorare anche io.
E i laboratori?
Ho iniziato a Nule, partendo dalle scuole elementari, cui sono seguite le scuole medie e, in seguito, con adulti. Durante questi laboratori si tendono i fili per riprodurre il telaio, in quanto montare il telaio vero e proprio non è semplice. Permettiamo l’apprendimento delle prime fasi della tessitura e di iniziare così l’avventura in un campo artistico e professionale molto complesso. In questi laboratori coloro che vi partecipano vengono stimolati, ma poi sta a loro decidere se continuare o meno.

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Viaggio nel Neolitico
Laboratori per piccoli Indiana Jones
di Manuela Piga

È stato grande l’entusiasmo dei bambini che, durante le giornate del festival, hanno frequentato il laboratorio di arte preistorica che si è tenuto presso il museo paleobotanico del paese. Nel laboratorio, grazie alla perizia di chi lo ha curato, sono state ripercorse le tappe della lavorazione dell’argilla, materiale che nel neolitico era comunemente utilizzato dall’uomo per la realizzazione di ceramiche. Inizialmente è stato spiegato il modus operandi della lavorazione: tecnica a pressione e tecnica a colombino. Attratti dalla spiegazione, i bambini hanno appreso i “segreti” della conchiglia, oggetto e strumento di una tecnica antichissima, sino ad arrivare alla cordicella e ai chicchi di grano.
Queste scoperte ne hanno inevitabilmente scatenato la fantasia, così che tutti i bambini si sono dilettati a realizzare oggetti di ogni tipo. Per alcuni non si è trattato di un’esperienza del tutto nuova, ma di un itinerario da percorrere e riprovare più volte per il puro gusto della scoperta. Tra i piccoli Indiana Jones del laboratorio c’è Isabella, sette anni, alla quale, ci dice, “tutto è piaciuto molto, soprattutto imparare a lavorare l’argilla”. Con le sue mani, Isabella ha prodotto tre scodelle e una pentola. Niente male nemmeno i risultati raggiunti da Nadia, che, a quattro anni, ha fatto tante scodelle ed è anche riuscita a realizzare un fiore decorato con il grano.
In generale, le impressioni dei bambini sono state positive, e si possono accomunare in un’unica espressione: “divertente!” Il che, quando si tratta di bambini, è veramente un gran complimento.

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Come nasce uno scrittore
La storia di Natalino Piras
di Alessio Pelucelli

È uno che sa quel che dice, e, cosa piuttosto rara, è soprattutto uno che sa come dire le proprie cose. Parliamo di Natalino Piras, scrittore di Bitti, uno degli autori più prolifici e brillanti dell’attuale scena letteraria sarda. Natalino Piras è però anche un uomo alla mano, con il quale è proprio facile parlare di tutto e non solo di letteratura. L’intervista che ci ha concesso ne è una prova.

Che cosa pensa del festival Mille e un Nuraghe?
Direi che è una cosa molto bella perché espande la conoscenza della Sardegna più antica attraverso l’arte di raccontare, di scrivere, ma anche attraverso la musica, che entusiasma i giovani di oggi, penso, più di ogni altra cosa.
Quando ha cominciato a pensare ad una carriera di scrittore e narratore?
Beh, proprio carriera di scrittore non direi, perché il mio vero lavoro è a Nuoro, dove esercito come bibliotecario; comunque, ho sempre avuto quest’idea di scrivere e di raccontare fin da quando, nella mia giovinezza, mio padre si riuniva nell’officina del fabbro con gli adulti del paese. Lì si sedevano tutti in cerchio e raccontavano le loro storie, mentre io, da dietro, ascoltavo attento.
Ma anche lei avrà avuto qualcuno che le ha fatto da modello…
Sì e no. Infatti, da bambino ascoltavo le storie sia dai miei compagni che dagli adulti, ed ora le tramando a voi. Un po’ come una specie di eredità…
Probabilmente sarà anche stato influenzato dal suo paese natale, Bitti, e dal periodo in cui è nato…
Sì, certamente, perché avendole ascoltate quasi tutte lì, le storie che racconto fanno parte della cultura di quel posto. Quanto al periodo, le storie venivano tramandate da generazioni, e io ne sono una prova.
Ho notato che i suoi racconti sono abbastanza elaborati…
Già, ma non sono tutti così. I racconti si dividono in due categorie ben distinte: quelli schematici che sono fatti per dare emozioni, che fanno ridere o fanno piangere a seconda di chi li narra e della circostanza in cui sono narrati; e quelli elaborati che hanno sempre una morale…un po’ come le fiabe di Esopo.
Qual è stato il primissimo libro che ha scritto?
Il mio primo libro lo scrissi in compagnia di Carlo Albergoni, mio compaesano, che poi mi ha anche dato lo spunto per alcune delle storie che sono raccontate in altri miei libri.
Cosa dice de “Il sonno e il sogno”?
È uno dei miei libri preferiti. Di recente, un professore mio amico, che insegna alle superiori, mi ha chiesto se poteva utilizzare quel testo come lettura da dare ai ragazzi.
Progetti futuri?
Dopo il mio ultimo libro (Brujas) uscirà un nuovo romanzo prima della fine dell’anno.

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Il poeta Gallurese
di Maria Deiana

Una delle attrattive di Mille e un nuraghe sono stati ancora una volta i mastros de contascias: Natalino Piras, Franco Enna, Uccia Enna e Franco Fresi. Veri maestri del racconto. Tra questi abbiamo avuto l’onore di poter chiacchierare con Franco Fresi, autore di diverse opere come “A innommu di lu’ entu – In nome del vento”, “Coincidenze”, “L’ancora e la memoria” e tante altre ancora.
…”Sono nato poeta – è così che si presenta Franco Fresi – ho iniziato a scrivere all’età di sei anni, a 23 mi sono sposato, amavo abitare nello stazzo di Luogosanto (suo paese di origine), piuttosto che in paese. Ho perso completamente la testa per la poesia quando sono stato a Roma per studio. Rientrato in Sardegna, ho finito gli studi nell’isola della Maddalena, diventando un maestro delle scuole primarie.
“I miei primi 30 anni vengono segnati dal mio primo libro; dal dì, ogni cinque anni, ho pubblicato un libro, questo sino all’età di 45 anni”.
L’autore precisa che non è sufficiente la poesia, per esporre le proprie ideologie, la propria voglia di raccontare: “ho iniziato a scrivere dei saggi, quando ho capito che stavano diventando romanzi mi sono fermato, come per esempio “I Banditi”, con quel libro ho venduto tantissimo, è stato pubblicato dall’ Unione sarda e dalla Nuova Sardegna”.
Ha deciso di fermarsi, perché il romanzo non si inventa, ma è necessario studiare a lungo su di esso.
Il professor Fresi cita alcuni autori, grandi romanzieri sardi, come Salvatore Niffoi, autore della “Leggenda di Redenta Tiria”.
Ora sta terminando un lavoro: “La Sardegna degli enigmi”. “Con questo voglio spiegare tante cose della Sardegna, in particolare chi è Maria Lai, che alla soglia degli 82 anni ha segnato parte della storia culturale sarda. Questa opera segnerà il Rinascimento della Sardegna, un’opera per i turisti, parte anch’essi della cultura sarda”.
Torna spesso indietro, per riallacciarsi alla poesia. “In Sardegna – spiega – ci sono tanti poeti, ma pochi sono bravi; in un’opera ho recensito tutti i poeti sardi…I poeti non hanno maestri, scrivere una poesia è rastremazione – togliere gli aggettivi, lasciare solo le parole chiave; la poesia dà i connotati, deve rappresentare la realtà”.
Ricordiamo uno degli ultimi premi. Nel 2005 è giunto con la raccolta “Passioni e cosi (Persone e cose)” al secondo posto del premio nazionale di poesia in dialetto “Città di Ischiatella – Pietro Giannone” – “Questo premio è stato per me e per mia moglie, una vacanza, io esco sempre con lei, siamo sempre in giro per il mondo, ma i pretesti di viaggio si tramutano sempre in lavoro”.
Dopo una lunga carriera ha deciso di scrivere solo in italiano; inevitabile chiedergli come mai ha fatto questa scelta.
“Ho già dato, ripeto, ho già censito Don Bangio Pes, ho fatto una ricerca bibliografica in lingua …Sono componente del comitato per la protezione della lingua sarda, ad Arzachena, Associazione delle lingue minori sarde. Non ho più voglia di fare battaglie. È ora di un passaggio generazionale”
Com’è nata la collaborazione con i suoi colleghi, Franco Enna, Natalino Piras, Gianluca Medas, anch’essi presenti durante il Festival del racconto?
“Gli ho raccolti, abbiamo lavorato insieme, ora basta! Abbiamo venduto ovunque, nel libro “La Sardegna dei sortilegi”, è stata coinvolta tutta l’Isola, dal nord al sud”.
Prima di salutarci, Franco Fresi vuole ringraziare ed elogiare Enedina Sanna, colei che si è occupata di organizzare la manifestazione. “Sta svolgendo un lavoro di purezza, sociologico, sono pochi a coltivare questa battaglia, che sta per essere perduta…lei è un bene da conservare”.
Abbiamo concluso così la nostra breve intervista. È stato piacevole chiacchierare con “zio Franco” (prima che iniziassimo, mi ha dato due possibilità: “o mi chiami Franco e mi dai tranquillamente del tu, oppure, vista la differenza di età, mi puoi chiamare zio, dandomi ugualmente del tu!). In poche parole è riuscito a farci rivivere tutta la sua carriera di poeta, la sua grande passione e la voglia di comunicare la cultura sarda ovunque. Come non apprezzare, infine, l’occhio critico che rivolge verso i suoi colleghi poeti.

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L'incanto di Diotti
Favole per tutte le età
di Alice Casu e Martina Cocco

Condotta dal melodico suono di una fisarmonica, sotto le prime stelle, Perfugas ha conosciuto l’antico fascino dalla narrazione orale tramandata attraverso secoli e presentata con l’abilità di un fulesta.
Quello di sabato 15 luglio è stato uno spettacolo piuttosto raro come se ne vedono pochi, all’insegna della riscoperta delle ricchezze dei tempi passati.
Per una sera l’Emilia Romagna si è trasferita in Sardegna per regalare racconti, storie, elogi, fiabe e canti di un mondo che nei secoli di storia è stato dimenticato. Per una sera gli spettatori presenti allo spettacolo sono stati accompagnati dal fulesta Sergio Diotti attraverso i ricordi del suo paese.
Gli spettatori (soprattutto turisti e qualche compaesano di Diotti, oltre al pubblico di casa che ci si attendeva più numeroso) sono stati coinvolti sin dal primo istante. Come il fulesta, camminando sulle note della fisarmonica, ha fatto ingresso sul modesto palco, il pubblico si è comportato come una sola persona e nel piccolo spazio dietro la chiesa di Santa Maria degli Angeli si è creata un’armonia vera e percettibile inframmezzata dagli interventi di quattro bambini fin troppo chiassosi.
E come una sola persona è stato trasportato tra ritmici canti in romagnolo e antiche filastrocche, infrangendo quell’armonia quando il fulesta, entrando in diretto contatto con il suo pubblico, ne suscitava l’allegria che contagiosa rimbalzava e si diffondeva tra le persone presenti, esplodendo in improvvisi scoppi di risate che rafforzavano il legame con il narratore.
Fondendo notizie storiche del suo paese con le origini del suo mestiere e tenendo vivo l’interesse del pubblico, Diotti si è dilettato in vari racconti rubati all’oblio del tempo, racconti con morale che, mentre in un primo tempo regalavano allegrezza, in conclusione portavano ad una attenta riflessione. Bravo Diotti che è riuscito a trasportare il pubblico in avvincenti favole per tutte le età, ricche di colpi di scena, ma sempre ricordando il dolore di un popolo duramente ferito dalla guerra, senza voglia di tornare ad un passato duro e alla riscoperta degli antichi valori contadini.

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Un funesta tra i nuraghi.
Intervista a Sergio Diotti
di Alice Casu e Martina Cocco

Burattinaio, regista, autore di teatro di figura, narratore, dopo lo spettacolo di sabato 15 luglio abbiamo avuto l’occasione di intervistare Sergio Diotti, ospite di riguardo dell’edizione 2006 del festival «Mille e un nuraghe». Cordiale e disponibile, non si è sottratto alle nostre domande.

Come le è sembrato lo spettacolo di sabato sera?
Lo spettacolo è andato molto bene, nonostante la pressione causata dai tempi brevi di scena che mi hanno costretto a tagliarne alcune parti.
Lei ha diffuso il teatro tradizionale romagnolo dal Brasile, al Canada sino ad Israele, si sente orgoglioso del suo lavoro tenendo conto che è anche uno degli ultimi fulesta?
Si, certamente, mi sento molto orgoglioso del mio lavoro, soprattutto perché siamo in pochi a diffondere il teatro italiano fuori dal nostro paese. Io personalmente ho creato sei differenti spettacoli incentrati sulla figura del fulesta che ho poi portato in diversi paesi. Questo lavoro è stato molto faticoso poiché siamo sottostimati dalla critica che definisce noi fulesta dei “passatisti”, in quanto rievochiamo ricordi, miti e storie del passato.
Per lei cosa è un fulesta?
Io sono molto affezionato alla figura del fulesta, che dal 1992 fa parte della mia vita. Il mio lavoro, infatti, è incentrato sulla riscoperta di questo antico personaggio che ho riportato alla luce insieme alle sue storie e ai suoi miti che decenni fa decantava nei “trebb”, i focolai dove i fulesta esercitavano il loro mestiere.
Cosa rappresenta per lei la tradizione orale?
La tradizione orale è innanzitutto un insegnamento pratico e morale che si basa su di un insieme di tecniche, più di cinquanta, che vengono insegnate in diverse scuole di teatro. La tradizione orale non si compone solo di favole, ma riguarda la trasmissione del sapere. Perché questo sapere venga trasmesso, oggi si stanno sempre più diffondendo scuole di teatro come quella che ho creato e grazie alla quale ho potuto trasmettere la mia arte a sempre più numerosi allievi che ormai iniziano ad affiancarmi.
Era già stato nella nostra isola? Cosa lo affascina di più della Sardegna?
Sì, più giù, nella zona di Cagliari. Sono stato particolarmente colpito dal ballo tradizionale , dai suoi gesti cortesi e dall’aspetto intergenerazionale. Traspare un grande senso di attaccamento alle radici che in Romagna non conosciamo soprattutto a causa dell’antica povertà che non ci ha permesso di esprimerci folcloristicamente.
Lei vede il suo lavoro più come il recupero di un mondo che sta scomparendo o un modo per riportare indietro le persone di oggi?
Il mio lavoro consiste nella riscoperta delle nostre radici,da fare con cura ed attenzione. Non c’è voglia di tornare in un passato durissimo, ma c’è il bisogno di continuare a raccontare le storie, le nostre storie, e, soprattutto, di prendere il buono da dove viene.

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Intervista ai Tenores di Bitti
di Davide Fois e Stefano Serra

AIl gruppo Remunnu e’ Locu nasce nel 1974 come gruppo in sé, ma prima che formassero il gruppo ogni componente cantava in differenti compagnie. Il debutto di Daniele Cossellu, il membro del gruppo che è stato per noi una miniera di informazioni, risale al 1957, in occasione della festa nuorese del Redentore. Una tappa importante per l’ufficializzazione della nascita del Remunnu e’ Locu è stata anche la successiva partecipazione a Sassari, nel 1958, alla “Cavalcata”.
Nella storia dei tenores di Bitti ci sono però altre date importanti. Una è il 1974, anno in cui è stato costituito il gruppo denominato originariamente “Tenores pro Loco Bitti”. Nel 1978 il gruppo viene chiamato definitivamente “Tenores Remunnu e’ Locu” in onore di Raimondo Delogu, poeta satirico vissuto nell’Ottocento.
Come ha spiegato Daniele Cossellu, il gruppo è formato da quattro voci maschili: ‘oche, bassu, contra e mesu ‘oche. ‘Oche è la voce solista, colui che canta i versi. Il solista canta versi che gli altri tre coristi non necessariamente devono conoscere, rispondendo con delle sillabe senza senso come ba, be, ba, bu, e così via. Il bassu o basso gutturale veniva in origine considerato come l’imitazione di animali. Discorso che valeva anche per sa Contra, imitazione di versi di animali. La “mesu ‘oche” era, invece, il suono del vento.
L’ascolto dei tenores di Bitti suscita tante curiosità. Molte di queste sono state soddisfatte intervistando Daniele Cossellu. Dire tenores sembrerebbe voler dire che la coralità sarda sia riservata agli uomini. Sembrerebbe di sì, ma è proprio così? «Vi è stato – spiega Daniele Cossellu, leader dei tenores – un tentativo d’introduzione della voce femminile, ma il risultato non è stato soddisfacente».
Il gruppo in più di trent’anni di attività ha girato il mondo, esibendosi in tutti i continenti. I tenores tanto amati da Peter Gabriel hanno prodotto il loro primo lavoro nel 1976; due anni dopo è seguita la prima tournée all’estero, precisamente a Vienna, ma le esibizioni oltre confine si moltiplicano negli anni Ottanta: Svezia, Danimarca, Newport negli Stati Uniti, per le imprese di Azzurra nell’America’s Cup, Texas, Argentina, Australia per “Far away wave”, Iraq, alla vigilia della guerra del Golfo. Altre esibizioni li hanno portati in Spagna, poi in Inghilterra, e ancora in Australia, Singapore, Portogallo.
Ma qual è stato il concerto che i tenores di Bitti sentono più nel cuore? Daniele Cossellu, nel rispondere, non ha esitazioni. «Uno dei concerti più emozionanti è stato quello di Parigi, una delle primissime esibizioni; ma i tenores sono stati anche a Parigi con Maria Carta per una settimana ottenendo un enorme successo soprattutto nella loro ultima esibizione alla quale assistettero più di 1800 persone. Altri concerti emozionanti furono quelli al Teatro di Sidney in Australia, al teatro di New York e all’anfiteatro di Babilonia che i Tenores considerano il più bel anfiteatro in cui si siano esibiti».
Il grande successo del gruppo ha avuto inizio nel 1995 con l’etichetta di Peter Gabriel. E dieci anni dopo, ancora una volta a Parigi, il gruppo ha ottenuto un grande successo con il riconoscimento da parte dell’Unesco, che ha fatto del canto dei tenores sardi un patrimonio dell’umanità.
Nel 1995 è nata a Bitti la scuola dei Tenores. La finalità era quella di non perdere la tradizione, «poiché i giovani – spiega Cossellu – non avevano modo di poter imparare il canto perché non si facevano più le serenate dalle quali i Tenores veri e propri hanno imparato il canto. La tradizione stava calando ed è stata istituita questa scuola». Anche per questo, l’amministrazione comunale ha approvato un progetto che prevede lo svolgimento di un corso di quattro mesi. È stato subito un successo, grazie alla partecipazione di 18 ragazzi. L’anno seguente il corso si è ripetuto ed è servito come corso di perfezionamento per coloro che avevano partecipato l’anno precedente, facendo sì che il numero dei nuovi iscritti salisse a 30. Il terzo anno hanno partecipato 7 ragazzi della quarta elementare come uditori. È stata un’eccezione alla regola quella di introdurli al canto, poiché questo prevede che a partecipare possano essere solo ragazzi di sedici anni, dotati di corde vocali sviluppate. Daniele Cossellu si incaricò di educare i sette aspiranti tenores, assistendo col passare degli anni alla loro promettente crescita.
Il gruppo è composto attualmente da Daniele Cossellu (‘oche e mesu ‘oche), Piero Sanna (‘oche e mesu ‘oche), Pierluigi Giorno (contra) e Mario Pira (bassu). Questi ultimi hanno sostituito due membri del coro originario: Tancredi Tucconi (contra) e Salvatore Bandinu (bassu). Il compito che oggi i tenores svolgono è in un certo senso quello di ambasciatori della sardità nel mondo.

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Mille&1nuraghe: piccolo diario di bordo
di Sandro Scanu e Francesco Pilo

Tra il 13 e il 16 luglio si è tenuta la terza edizione del festival del racconto "Mille e un nuraghe", un progetto culturale fortemente voluto da Archivi del sud per favorire la divulgazione della tradizione orale della nostra regione. La manifestazione, per tutte e quattro le giornate, è stata ricca di eventi che hanno coinvolto un pubblico sia giovane che adulto con i diversi spettacoli e i laboratori inseriti nel programma. Laboratori che, dedicati tanto ai più piccoli quanto ad un pubblico adulto, sono stati numerosi, toccando ambiti diversi della cultura e delle tradizioni nostrane, come è stato fatto, per esempio, nei laboratori di scultura, arte preistorica, tessitura, lavorazione del pane e ballo tradizionale. Sono stati dedicati invece ai giovani più interessati agli aspetti moderni della manifestazione dei laboratori di scrittura giornalistica e video, ma anche la mostra di arte contemporanea con le esposizioni degli artisti Valerio Mazzanti, Max Mazzoli e Fabiola Ledda. La prima giornata ha dato inizio alle diverse attività e mostre che sarebbero durate sino alla fine della manifestazione. Il primo appuntamento, con FIABE A MERENDA. é stato con i bambini che per una volta hanno sostituito le consuete, ipercaloriche merendine con il più gustoso “pane e formaggio” di una volta, ascoltando, durante la degustazione, le parole della tradizione orale. In serata c’è stata l’esibizione di Daniele Sepe, artista napoletano.
Il giorno seguente, don Paolo, parroco di Perfugas, ha illustrato il retablo di San Giorgio, e, più tardi, Franco Enna e Franco Fresi, mastros de contascias, hanno ridato vita alle vecchie atmosfere del racconto orale, insieme a Natalino Piras. La terza giornata è iniziata con sa missa cantada con la partecipazione dei Tenores di Bitti per andare a finire con i racconti di Sergio Diotti e Gianluca Medas. La giornata conclusiva della manifestazione ha avuto inizio con il concerto all’alba di Sandro Fresi e Iskeliu. Per tutta la giornata le vie del centro storico si sono trasformate in una sorta di mercato arabo, all’interno del quale gli artigiani hanno potuto mostrare le loro mercanzie: non semplici oggetti, ma elaborati e manufatti delle loro invidiabili tecniche. La manifestazione è stata un modo per ricordare e conoscere le vecchie tradizioni festeggiando e comunicando. Anche i più giovani hanno avuto l’opportunità di conoscere nuovi artisti e apprezzare in modo maggiore le tradizioni, spesso trascurate e ignorate, della regione nella quale vivono.

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INFOLINE
> Museo di Perfugas tel. 079 564241 sarundine@tiscali.it
> Archivi del Sud
tel. 079 986585
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