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Intervista
a Daniele Sepe
di Maria Deiana
Il Festival del racconto ha ospitato quest’anno Daniele
Sepe, artista napoletano di grande talento e con una lunga carriera
alle spalle.
La sua vita artistica è cominciata con un gruppo, per
poi staccarsi e continuare da “solo”, ma non esattamente,
visto che in tanti anni ha collaborato con diversi artisti,
italiani e non, entrando in contatto con differenti generi musicali,
ma sempre con una grande passione, quella per il jazz.
Abbiamo sottoposto a Daniele una batteria di domande, che ha
accettato volentieri.
Impressioni del concerto appena concluso…
[…] Particolare, poca gente, ma questo capita a Perfugas
come a Torino. Non è il numero delle persone che fa la
differenza del concerto, capita anche con grandi artisti di
ritrovarsi con 20/30 fans, eppure può essere reputata
una gran serata. La cosa importante è riuscire a comunicare
con il pubblico e che esso sia entusiasta.
Come etichetta il suo genere musicale, è un po’
un mix…
Non ci interessa dare un’etichetta al nostro genere musicale,
è interessante cogliere le cose belle di diversi generi
e culture; infatti, i nostri pezzi riprendono la musica del
sud Italia, per esempio la musica pugliese[…]. Sì,
facciamo un po’ un mix…
Come ha vissuto l’invito al Festival del racconto,
un festival che tratta in primis della cultura sarda, lei invece
jazzista napoletano…
Interessante…quando sono stato contattato mi hanno parlato
del Festival del racconto, una bella iniziativa, anche se per
dire la verità mi capita di fare serate in cui parliamo
di più, serate in cui c’è una maggiore relazione
con il pubblico. Qui ho notato che il pubblico rimane distante,
un po’ strano, ma forse è dato dal carattere molto
chiuso, classico carattere isolano! Incide molto anche il palco,
mi rendo conto che in una festa popolare in cui l’artista
canta a diretto contatto con il pubblico vi è maggiore
partecipazione. Capitano anche serate in cui non vi è
nessun tipo di dialogo, questa risulta una serata artefatta[…],
preferisco che il pubblico partecipi al concerto, che sia attivo…
Il suo ultimo lavoro?
“Nia Maro”, ultimo lavoro, è realizzato da
un gruppo, ci chiamiamo “Una banda di pezzenti”…suoniamo
un po’ di tutto, c’è un po’ di Napoli,
e poi musica tunisina. Abbiamo lavorato insieme con gli immigrati
della nostra città. Questo perché trovo normale
la voglia di raccontare, sia da parte nostra che da parte loro,
come noi viviamo la loro presenza nel nostro paese e come loro
vivono la loro permanenza da noi…e poi è un modo
come un altro per socializzare e divertirsi…
Ho letto una cosa che mi ha colpito particolarmente:
durante la Guerra del Golfo, ha autoprodotto, assieme ad altri
musicisti napoletani, una musicassetta di canzoni pacifiste,
queste le avete distribuite gratuitamente davanti alle scuole
e alle fabbriche…
Sì, abbiamo inciso delle canzoni di alcuni artisti, come
De André, Tenco e altri. Noi italiani, dopo la grande
guerra del ’45, non ci sognavamo un’ennesima guerra,
purtroppo accadde…Con un gruppo di amici, ci riunimmo,
lavorammo su questo; la musicassetta fu una sorta di volantino,
come quelli che girano ora per i Referendum, vota sì/no.
Potrebbe rifare questo lavoro per incentivare i ragazzi
alla pace?
Potrei rifarlo, ma sarebbe insufficiente, oggi è poco…è
necessario qualcosa di veramente grande!
L’incontro con Daniele Sepe è stato molto interessante.
Per quanto mi riguarda, lo è stato anche per rendersi
conto come effettivamente noi sardi reagiamo davanti allo “straniero”.
Siamo veramente restii, e non viviamo completamente gli avvenimenti
che ci circondano. Questo è successo durante la serata
con Sepe, ma credo che sia una cosa che si è verificata
lungo tutto il percorso di “Mille e un nuraghe”.
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Le architetture tessili
di Eugenia Pinna
di Paola Cannas
Eugenia Pinna, originaria di Nule, progettista di tessiture
come lei stessa si definisce, per la seconda volta ha messo
a disposizione le sue conoscenze riguardanti la tradizione di
telai e orditi, per dare inizio ad uno dei laboratori più
seguiti della terza edizione del festival Mille e un nuraghe.
La pratica delle tecniche per la creazione di tappeti e arazzi
è stato l’obbiettivo di questi incontri, ma non
meno importante si è rivelato il bisogno di comunicare
e discutere su un mondo che in gran parte appartiene al passato.
Così, con questo spirito, ho costruito la scaletta delle
domande della mia intervista.
Mi parli un po’ di lei.
Sono nata a Nule, imparai a tessere dal vicinato perché
nessuno a casa lo sapeva fare. Quando andai a studiare, misi
da parte il telaio, ma, arrivata all’università
(mi ero iscritta alla facoltà di lettere), diverse furono
le cose che mi portarono a riutilizzarlo. Negli stessi anni
risposi al bando di concorso per entrare nell’Istituto
Europeo di Design di Cagliari. I requisiti richiesti erano essere
figlia di artigiani e orfani di padre. La mia risposta arrivò
in ritardo, ma il bando venne riaperto e riuscii a vincere e
ad entrare nella scuola. Le basi che possedevo erano buone,
ma soprattutto erano quelle giuste per intraprendere una nuova
strada in Sardegna. Iniziai così a progettare le diverse
tecniche per i disegni. Feci diverse mostre a Cagliari e ricordo
che in una di queste mi dissero: “Lei ha il dovere di
divulgare questo patrimonio e non è semplice”.
Infatti, il mio non è un lavoro semplice, anzi molto
faticoso, laborioso, difficile e cresce molto lentamente.
Quali sono le caratteristiche principali del suo lavoro?
Le tecniche nel campo della tessitura sono molteplici, si va
dalle più semplici alle più complesse. La mia
è una linea molto personale: si basa sull’elaborazione
dei disegni della tradizione per arrivare alla creazione di
nuove decorazioni. Essendo stata la prima in Sardegna a fare
design, non c’è stato mai nessun confronto; io
e le mie collaboratrici siamo cresciute insieme sotto tutti
i punti di vista.
Com’è il rapporto con le sue collaboratrici?
È un rapporto molto bello, ci conosciamo da quando eravamo
all’università e da allora è iniziato il
nostro percorso. Grazie al passaparola ci siamo fatte conoscere
e abbiamo avuto la possibilità di aprire un laboratorio
a Nule. Io preparo i progetti e loro realizzano il lavoro, ma
appena trovo qualche momento libero vado a lavorare anche io.
E i laboratori?
Ho iniziato a Nule, partendo dalle scuole elementari, cui sono
seguite le scuole medie e, in seguito, con adulti. Durante questi
laboratori si tendono i fili per riprodurre il telaio, in quanto
montare il telaio vero e proprio non è semplice. Permettiamo
l’apprendimento delle prime fasi della tessitura e di
iniziare così l’avventura in un campo artistico
e professionale molto complesso. In questi laboratori coloro
che vi partecipano vengono stimolati, ma poi sta a loro decidere
se continuare o meno.
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Viaggio
nel Neolitico
Laboratori per piccoli Indiana Jones
di Manuela Piga
È
stato grande l’entusiasmo dei bambini che, durante le
giornate del festival, hanno frequentato il laboratorio di arte
preistorica che si è tenuto presso il museo paleobotanico
del paese. Nel laboratorio, grazie alla perizia di chi lo ha
curato, sono state ripercorse le tappe della lavorazione dell’argilla,
materiale che nel neolitico era comunemente utilizzato dall’uomo
per la realizzazione di ceramiche. Inizialmente è stato
spiegato il modus operandi della lavorazione: tecnica a pressione
e tecnica a colombino. Attratti dalla spiegazione, i bambini
hanno appreso i “segreti” della conchiglia, oggetto
e strumento di una tecnica antichissima, sino ad arrivare alla
cordicella e ai chicchi di grano.
Queste scoperte ne hanno inevitabilmente scatenato la fantasia,
così che tutti i bambini si sono dilettati a realizzare
oggetti di ogni tipo. Per alcuni non si è trattato di
un’esperienza del tutto nuova, ma di un itinerario da
percorrere e riprovare più volte per il puro gusto della
scoperta. Tra i piccoli Indiana Jones del laboratorio c’è
Isabella, sette anni, alla quale, ci dice, “tutto è
piaciuto molto, soprattutto imparare a lavorare l’argilla”.
Con le sue mani, Isabella ha prodotto tre scodelle e una pentola.
Niente male nemmeno i risultati raggiunti da Nadia, che, a quattro
anni, ha fatto tante scodelle ed è anche riuscita a realizzare
un fiore decorato con il grano.
In generale, le impressioni dei bambini sono state positive,
e si possono accomunare in un’unica espressione: “divertente!”
Il che, quando si tratta di bambini, è veramente un gran
complimento.
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Come
nasce uno scrittore
La storia di Natalino Piras
di Alessio Pelucelli
È
uno che sa quel che dice, e, cosa piuttosto rara, è soprattutto
uno che sa come dire le proprie cose. Parliamo di Natalino Piras,
scrittore di Bitti, uno degli autori più prolifici e
brillanti dell’attuale scena letteraria sarda. Natalino
Piras è però anche un uomo alla mano, con il quale
è proprio facile parlare di tutto e non solo di letteratura.
L’intervista che ci ha concesso ne è una prova.
Che cosa pensa del festival Mille e un Nuraghe?
Direi che è una cosa molto bella perché espande
la conoscenza della Sardegna più antica attraverso l’arte
di raccontare, di scrivere, ma anche attraverso la musica, che
entusiasma i giovani di oggi, penso, più di ogni altra
cosa.
Quando ha cominciato a pensare ad una carriera di scrittore
e narratore?
Beh, proprio carriera di scrittore non direi, perché
il mio vero lavoro è a Nuoro, dove esercito come bibliotecario;
comunque, ho sempre avuto quest’idea di scrivere e di
raccontare fin da quando, nella mia giovinezza, mio padre si
riuniva nell’officina del fabbro con gli adulti del paese.
Lì si sedevano tutti in cerchio e raccontavano le loro
storie, mentre io, da dietro, ascoltavo attento.
Ma anche lei avrà avuto qualcuno che le ha fatto
da modello…
Sì e no. Infatti, da bambino ascoltavo le storie sia
dai miei compagni che dagli adulti, ed ora le tramando a voi.
Un po’ come una specie di eredità…
Probabilmente sarà anche stato influenzato dal
suo paese natale, Bitti, e dal periodo in cui è nato…
Sì, certamente, perché avendole ascoltate quasi
tutte lì, le storie che racconto fanno parte della cultura
di quel posto. Quanto al periodo, le storie venivano tramandate
da generazioni, e io ne sono una prova.
Ho notato che i suoi racconti sono abbastanza elaborati…
Già, ma non sono tutti così. I racconti si dividono
in due categorie ben distinte: quelli schematici che sono fatti
per dare emozioni, che fanno ridere o fanno piangere a seconda
di chi li narra e della circostanza in cui sono narrati; e quelli
elaborati che hanno sempre una morale…un po’ come
le fiabe di Esopo.
Qual è stato il primissimo libro che ha scritto?
Il mio primo libro lo scrissi in compagnia di Carlo Albergoni,
mio compaesano, che poi mi ha anche dato lo spunto per alcune
delle storie che sono raccontate in altri miei libri.
Cosa dice de “Il sonno e il sogno”?
È uno dei miei libri preferiti. Di recente, un professore
mio amico, che insegna alle superiori, mi ha chiesto se poteva
utilizzare quel testo come lettura da dare ai ragazzi.
Progetti futuri?
Dopo il mio ultimo libro (Brujas) uscirà un nuovo romanzo
prima della fine dell’anno.
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Il
poeta Gallurese
di Maria Deiana
Una delle attrattive di Mille e un nuraghe sono stati ancora
una volta i mastros de contascias: Natalino Piras, Franco Enna,
Uccia Enna e Franco Fresi. Veri maestri del racconto. Tra questi
abbiamo avuto l’onore di poter chiacchierare con Franco
Fresi, autore di diverse opere come “A innommu di lu’
entu – In nome del vento”, “Coincidenze”,
“L’ancora e la memoria” e tante altre ancora.
…”Sono nato poeta – è così che
si presenta Franco Fresi – ho iniziato a scrivere all’età
di sei anni, a 23 mi sono sposato, amavo abitare nello stazzo
di Luogosanto (suo paese di origine), piuttosto che in paese.
Ho perso completamente la testa per la poesia quando sono stato
a Roma per studio. Rientrato in Sardegna, ho finito gli studi
nell’isola della Maddalena, diventando un maestro delle
scuole primarie.
“I miei primi 30 anni vengono segnati dal mio primo libro;
dal dì, ogni cinque anni, ho pubblicato un libro, questo
sino all’età di 45 anni”.
L’autore precisa che non è sufficiente la poesia,
per esporre le proprie ideologie, la propria voglia di raccontare:
“ho iniziato a scrivere dei saggi, quando ho capito che
stavano diventando romanzi mi sono fermato, come per esempio
“I Banditi”, con quel libro ho venduto tantissimo,
è stato pubblicato dall’ Unione sarda e dalla Nuova
Sardegna”.
Ha deciso di fermarsi, perché il romanzo non si inventa,
ma è necessario studiare a lungo su di esso.
Il professor Fresi cita alcuni autori, grandi romanzieri sardi,
come Salvatore Niffoi, autore della “Leggenda di Redenta
Tiria”.
Ora sta terminando un lavoro: “La Sardegna degli enigmi”.
“Con questo voglio spiegare tante cose della Sardegna,
in particolare chi è Maria Lai, che alla soglia degli
82 anni ha segnato parte della storia culturale sarda. Questa
opera segnerà il Rinascimento della Sardegna, un’opera
per i turisti, parte anch’essi della cultura sarda”.
Torna spesso indietro, per riallacciarsi alla poesia. “In
Sardegna – spiega – ci sono tanti poeti, ma pochi
sono bravi; in un’opera ho recensito tutti i poeti sardi…I
poeti non hanno maestri, scrivere una poesia è rastremazione
– togliere gli aggettivi, lasciare solo le parole chiave;
la poesia dà i connotati, deve rappresentare la realtà”.
Ricordiamo uno degli ultimi premi. Nel 2005 è giunto
con la raccolta “Passioni e cosi (Persone e cose)”
al secondo posto del premio nazionale di poesia in dialetto
“Città di Ischiatella – Pietro Giannone”
– “Questo premio è stato per me e per mia
moglie, una vacanza, io esco sempre con lei, siamo sempre in
giro per il mondo, ma i pretesti di viaggio si tramutano sempre
in lavoro”.
Dopo una lunga carriera ha deciso di scrivere solo in italiano;
inevitabile chiedergli come mai ha fatto questa scelta.
“Ho già dato, ripeto, ho già censito Don
Bangio Pes, ho fatto una ricerca bibliografica in lingua …Sono
componente del comitato per la protezione della lingua sarda,
ad Arzachena, Associazione delle lingue minori sarde. Non ho
più voglia di fare battaglie. È ora di un passaggio
generazionale”
Com’è nata la collaborazione con i suoi colleghi,
Franco Enna, Natalino Piras, Gianluca Medas, anch’essi
presenti durante il Festival del racconto?
“Gli ho raccolti, abbiamo lavorato insieme, ora basta!
Abbiamo venduto ovunque, nel libro “La Sardegna dei sortilegi”,
è stata coinvolta tutta l’Isola, dal nord al sud”.
Prima di salutarci, Franco Fresi vuole ringraziare ed elogiare
Enedina Sanna, colei che si è occupata di organizzare
la manifestazione. “Sta svolgendo un lavoro di purezza,
sociologico, sono pochi a coltivare questa battaglia, che sta
per essere perduta…lei è un bene da conservare”.
Abbiamo concluso così la nostra breve intervista. È
stato piacevole chiacchierare con “zio Franco” (prima
che iniziassimo, mi ha dato due possibilità: “o
mi chiami Franco e mi dai tranquillamente del tu, oppure, vista
la differenza di età, mi puoi chiamare zio, dandomi ugualmente
del tu!). In poche parole è riuscito a farci rivivere
tutta la sua carriera di poeta, la sua grande passione e la
voglia di comunicare la cultura sarda ovunque. Come non apprezzare,
infine, l’occhio critico che rivolge verso i suoi colleghi
poeti.
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L'incanto
di Diotti
Favole per tutte le età
di Alice Casu e Martina Cocco
Condotta dal melodico suono di una fisarmonica, sotto le prime
stelle, Perfugas ha conosciuto l’antico fascino dalla
narrazione orale tramandata attraverso secoli e presentata con
l’abilità di un fulesta.
Quello di sabato 15 luglio è stato uno spettacolo piuttosto
raro come se ne vedono pochi, all’insegna della riscoperta
delle ricchezze dei tempi passati.
Per una sera l’Emilia Romagna si è trasferita in
Sardegna per regalare racconti, storie, elogi, fiabe e canti
di un mondo che nei secoli di storia è stato dimenticato.
Per una sera gli spettatori presenti allo spettacolo sono stati
accompagnati dal fulesta Sergio Diotti attraverso i ricordi
del suo paese.
Gli spettatori (soprattutto turisti e qualche compaesano di
Diotti, oltre al pubblico di casa che ci si attendeva più
numeroso) sono stati coinvolti sin dal primo istante. Come il
fulesta, camminando sulle note della fisarmonica, ha fatto ingresso
sul modesto palco, il pubblico si è comportato come una
sola persona e nel piccolo spazio dietro la chiesa di Santa
Maria degli Angeli si è creata un’armonia vera
e percettibile inframmezzata dagli interventi di quattro bambini
fin troppo chiassosi.
E come una sola persona è stato trasportato tra ritmici
canti in romagnolo e antiche filastrocche, infrangendo quell’armonia
quando il fulesta, entrando in diretto contatto con il suo pubblico,
ne suscitava l’allegria che contagiosa rimbalzava e si
diffondeva tra le persone presenti, esplodendo in improvvisi
scoppi di risate che rafforzavano il legame con il narratore.
Fondendo notizie storiche del suo paese con le origini del suo
mestiere e tenendo vivo l’interesse del pubblico, Diotti
si è dilettato in vari racconti rubati all’oblio
del tempo, racconti con morale che, mentre in un primo tempo
regalavano allegrezza, in conclusione portavano ad una attenta
riflessione. Bravo Diotti che è riuscito a trasportare
il pubblico in avvincenti favole per tutte le età, ricche
di colpi di scena, ma sempre ricordando il dolore di un popolo
duramente ferito dalla guerra, senza voglia di tornare ad un
passato duro e alla riscoperta degli antichi valori contadini.
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Un
funesta tra i nuraghi.
Intervista a Sergio Diotti
di Alice Casu e Martina Cocco
Burattinaio, regista, autore di teatro di figura, narratore,
dopo lo spettacolo di sabato 15 luglio abbiamo avuto l’occasione
di intervistare Sergio Diotti, ospite di riguardo dell’edizione
2006 del festival «Mille e un nuraghe». Cordiale
e disponibile, non si è sottratto alle nostre domande.
Come le è sembrato lo spettacolo di sabato sera?
Lo spettacolo è andato molto bene, nonostante la pressione
causata dai tempi brevi di scena che mi hanno costretto a tagliarne
alcune parti.
Lei ha diffuso il teatro tradizionale romagnolo dal
Brasile, al Canada sino ad Israele, si sente orgoglioso del
suo lavoro tenendo conto che è anche uno degli ultimi
fulesta?
Si, certamente, mi sento molto orgoglioso del mio lavoro, soprattutto
perché siamo in pochi a diffondere il teatro italiano
fuori dal nostro paese. Io personalmente ho creato sei differenti
spettacoli incentrati sulla figura del fulesta che ho poi portato
in diversi paesi. Questo lavoro è stato molto faticoso
poiché siamo sottostimati dalla critica che definisce
noi fulesta dei “passatisti”, in quanto rievochiamo
ricordi, miti e storie del passato.
Per lei cosa è un fulesta?
Io sono molto affezionato alla figura del fulesta, che dal 1992
fa parte della mia vita. Il mio lavoro, infatti, è incentrato
sulla riscoperta di questo antico personaggio che ho riportato
alla luce insieme alle sue storie e ai suoi miti che decenni
fa decantava nei “trebb”, i focolai dove i fulesta
esercitavano il loro mestiere.
Cosa rappresenta per lei la tradizione orale?
La tradizione orale è innanzitutto un insegnamento pratico
e morale che si basa su di un insieme di tecniche, più
di cinquanta, che vengono insegnate in diverse scuole di teatro.
La tradizione orale non si compone solo di favole, ma riguarda
la trasmissione del sapere. Perché questo sapere venga
trasmesso, oggi si stanno sempre più diffondendo scuole
di teatro come quella che ho creato e grazie alla quale ho potuto
trasmettere la mia arte a sempre più numerosi allievi
che ormai iniziano ad affiancarmi.
Era già stato nella nostra isola? Cosa lo affascina
di più della Sardegna?
Sì, più giù, nella zona di Cagliari. Sono
stato particolarmente colpito dal ballo tradizionale , dai suoi
gesti cortesi e dall’aspetto intergenerazionale. Traspare
un grande senso di attaccamento alle radici che in Romagna non
conosciamo soprattutto a causa dell’antica povertà
che non ci ha permesso di esprimerci folcloristicamente.
Lei vede il suo lavoro più come il recupero di
un mondo che sta scomparendo o un modo per riportare indietro
le persone di oggi?
Il mio lavoro consiste nella riscoperta delle nostre radici,da
fare con cura ed attenzione. Non c’è voglia di
tornare in un passato durissimo, ma c’è il bisogno
di continuare a raccontare le storie, le nostre storie, e, soprattutto,
di prendere il buono da dove viene.
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Intervista
ai Tenores di Bitti
di Davide Fois e Stefano Serra
AIl gruppo Remunnu e’ Locu nasce nel 1974 come gruppo
in sé, ma prima che formassero il gruppo ogni componente
cantava in differenti compagnie. Il debutto di Daniele Cossellu,
il membro del gruppo che è stato per noi una miniera
di informazioni, risale al 1957, in occasione della festa nuorese
del Redentore. Una tappa importante per l’ufficializzazione
della nascita del Remunnu e’ Locu è stata anche
la successiva partecipazione a Sassari, nel 1958, alla “Cavalcata”.
Nella storia dei tenores di Bitti ci sono però altre
date importanti. Una è il 1974, anno in cui è
stato costituito il gruppo denominato originariamente “Tenores
pro Loco Bitti”. Nel 1978 il gruppo viene chiamato definitivamente
“Tenores Remunnu e’ Locu” in onore di Raimondo
Delogu, poeta satirico vissuto nell’Ottocento.
Come ha spiegato Daniele Cossellu, il gruppo è formato
da quattro voci maschili: ‘oche, bassu, contra e mesu
‘oche. ‘Oche è la voce solista, colui che
canta i versi. Il solista canta versi che gli altri tre coristi
non necessariamente devono conoscere, rispondendo con delle
sillabe senza senso come ba, be, ba, bu, e così via.
Il bassu o basso gutturale veniva in origine considerato come
l’imitazione di animali. Discorso che valeva anche per
sa Contra, imitazione di versi di animali. La “mesu ‘oche”
era, invece, il suono del vento.
L’ascolto dei tenores di Bitti suscita tante curiosità.
Molte di queste sono state soddisfatte intervistando Daniele
Cossellu. Dire tenores sembrerebbe voler dire che la coralità
sarda sia riservata agli uomini. Sembrerebbe di sì, ma
è proprio così? «Vi è stato –
spiega Daniele Cossellu, leader dei tenores – un tentativo
d’introduzione della voce femminile, ma il risultato non
è stato soddisfacente».
Il gruppo in più di trent’anni di attività
ha girato il mondo, esibendosi in tutti i continenti. I tenores
tanto amati da Peter Gabriel hanno prodotto il loro primo lavoro
nel 1976; due anni dopo è seguita la prima tournée
all’estero, precisamente a Vienna, ma le esibizioni oltre
confine si moltiplicano negli anni Ottanta: Svezia, Danimarca,
Newport negli Stati Uniti, per le imprese di Azzurra nell’America’s
Cup, Texas, Argentina, Australia per “Far away wave”,
Iraq, alla vigilia della guerra del Golfo. Altre esibizioni
li hanno portati in Spagna, poi in Inghilterra, e ancora in
Australia, Singapore, Portogallo.
Ma qual è stato il concerto che i tenores di Bitti sentono
più nel cuore? Daniele Cossellu, nel rispondere, non
ha esitazioni. «Uno dei concerti più emozionanti
è stato quello di Parigi, una delle primissime esibizioni;
ma i tenores sono stati anche a Parigi con Maria Carta per una
settimana ottenendo un enorme successo soprattutto nella loro
ultima esibizione alla quale assistettero più di 1800
persone. Altri concerti emozionanti furono quelli al Teatro
di Sidney in Australia, al teatro di New York e all’anfiteatro
di Babilonia che i Tenores considerano il più bel anfiteatro
in cui si siano esibiti».
Il grande successo del gruppo ha avuto inizio nel 1995 con l’etichetta
di Peter Gabriel. E dieci anni dopo, ancora una volta a Parigi,
il gruppo ha ottenuto un grande successo con il riconoscimento
da parte dell’Unesco, che ha fatto del canto dei tenores
sardi un patrimonio dell’umanità.
Nel 1995 è nata a Bitti la scuola dei Tenores. La finalità
era quella di non perdere la tradizione, «poiché
i giovani – spiega Cossellu – non avevano modo di
poter imparare il canto perché non si facevano più
le serenate dalle quali i Tenores veri e propri hanno imparato
il canto. La tradizione stava calando ed è stata istituita
questa scuola». Anche per questo, l’amministrazione
comunale ha approvato un progetto che prevede lo svolgimento
di un corso di quattro mesi. È stato subito un successo,
grazie alla partecipazione di 18 ragazzi. L’anno seguente
il corso si è ripetuto ed è servito come corso
di perfezionamento per coloro che avevano partecipato l’anno
precedente, facendo sì che il numero dei nuovi iscritti
salisse a 30. Il terzo anno hanno partecipato 7 ragazzi della
quarta elementare come uditori. È stata un’eccezione
alla regola quella di introdurli al canto, poiché questo
prevede che a partecipare possano essere solo ragazzi di sedici
anni, dotati di corde vocali sviluppate. Daniele Cossellu si
incaricò di educare i sette aspiranti tenores, assistendo
col passare degli anni alla loro promettente crescita.
Il gruppo è composto attualmente da Daniele Cossellu
(‘oche e mesu ‘oche), Piero Sanna (‘oche e
mesu ‘oche), Pierluigi Giorno (contra) e Mario Pira (bassu).
Questi ultimi hanno sostituito due membri del coro originario:
Tancredi Tucconi (contra) e Salvatore Bandinu (bassu). Il compito
che oggi i tenores svolgono è in un certo senso quello
di ambasciatori della sardità nel mondo.
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Mille&1nuraghe:
piccolo diario di bordo
di Sandro Scanu e Francesco Pilo
Tra il 13 e il 16 luglio si è tenuta la terza edizione
del festival del racconto "Mille e un nuraghe", un
progetto culturale fortemente voluto da Archivi del sud per
favorire la divulgazione della tradizione orale della nostra
regione. La manifestazione, per tutte e quattro le giornate,
è stata ricca di eventi che hanno coinvolto un pubblico
sia giovane che adulto con i diversi spettacoli e i laboratori
inseriti nel programma. Laboratori che, dedicati tanto ai più
piccoli quanto ad un pubblico adulto, sono stati numerosi, toccando
ambiti diversi della cultura e delle tradizioni nostrane, come
è stato fatto, per esempio, nei laboratori di scultura,
arte preistorica, tessitura, lavorazione del pane e ballo tradizionale.
Sono stati dedicati invece ai giovani più interessati
agli aspetti moderni della manifestazione dei laboratori di
scrittura giornalistica e video, ma anche la mostra di arte
contemporanea con le esposizioni degli artisti Valerio Mazzanti,
Max Mazzoli e Fabiola Ledda. La prima giornata ha dato inizio
alle diverse attività e mostre che sarebbero durate sino
alla fine della manifestazione. Il primo appuntamento, con FIABE
A MERENDA. é stato con i bambini che per una volta hanno
sostituito le consuete, ipercaloriche merendine con il più
gustoso “pane e formaggio” di una volta, ascoltando,
durante la degustazione, le parole della tradizione orale. In
serata c’è stata l’esibizione di Daniele
Sepe, artista napoletano.
Il giorno seguente, don Paolo, parroco di Perfugas, ha illustrato
il retablo di San Giorgio, e, più tardi, Franco Enna
e Franco Fresi, mastros de contascias, hanno ridato vita alle
vecchie atmosfere del racconto orale, insieme a Natalino Piras.
La terza giornata è iniziata con sa missa cantada con
la partecipazione dei Tenores di Bitti per andare a finire con
i racconti di Sergio Diotti e Gianluca Medas. La giornata conclusiva
della manifestazione ha avuto inizio con il concerto all’alba
di Sandro Fresi e Iskeliu. Per tutta la giornata le vie del
centro storico si sono trasformate in una sorta di mercato arabo,
all’interno del quale gli artigiani hanno potuto mostrare
le loro mercanzie: non semplici oggetti, ma elaborati e manufatti
delle loro invidiabili tecniche. La manifestazione è
stata un modo per ricordare e conoscere le vecchie tradizioni
festeggiando e comunicando. Anche i più giovani hanno
avuto l’opportunità di conoscere nuovi artisti
e apprezzare in modo maggiore le tradizioni, spesso trascurate
e ignorate, della regione nella quale vivono.
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